Le persone ansiose hanno un quoziente intellettivo più alto della media

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Ebbene sì, secondo il recente studio effettuato su uno spettro di 1500 persone (750 clinicamente “ansiose” e l’altra metà invece, persone senza sintomi classici o marcati di ansia), presso l’università di New York, dal ricercatore Brian J. Dorris, è risultato proprio questo. Le persone ansiose sono tali perché hanno una capacità di “elaborazione dati” molto più rapida della media.

Chi ha vissuto l’ansia infatti, sa benissimo che il sintomo principale è lo stato di continua tensione senza apparente motivo, e la tendenza a coltivare e combattere fantasie catastrofiche: tutto può andar male, in sostanza.

Una vita vissuta immersa nella Legge di Murphy

Secondo questa ricerca, gli effetti derivano da un sovraccarico strutturale della parte encefalo frontale, che elabora informazioni in eccesso, ma che in sostanza è parallelamente prova del fatto che, fondamentalmente la persona ansiosa ha una capacità maggiore di ricevere dall’esterno situazioni, dati, schemi, immagini.

Il Q.I. medio calcolato sullo spettro analizzato era di 84  per le persone “non ansiose”, mentre è balzato a 115 di media per gli “ansiosi”. ansiose ansiose ansiose

Certo è che questa ricerca ha voluto analizzare la situazione solamente da un punto di vista puramente statistico. Ma potenzialmente, chi dimostra sintomi di ansia, riuscendo a controllarla, potrebbe avere una vita intellettiva più semplice.

Facoltà cognitive iperattive e sentimenti negativi

Un altro studio è partito da un gruppo di studenti canadesi, messi alla prova dai ricercatori della Lakehead University nello stato dell’Ontario. I 126 giovani sono stati sottoposti a test di intelligenza, e a diversi questionari e prove che ne tracciavano i livelli di ansia, depressione, timidezza, paura, rimuginìo (la tendenza a ripensare ossessivamente alle situazioni passate) e ruminazione mentale (ancora una volta un pensiero ossessivo, ma rivolto agli eventi futuri). Si tratta di comportamenti che scatenano una iperattivazione delle facoltà cognitive e spesso portano chi ne soffre a provare sentimenti negativi. I risultati degli studiosi sono stati chiari: al salire di preoccupazioni e ruminazione, aumentavano però anche i livelli e i risultati nei test di intelligenza verbale. Lo stesso legame è stato collegato anche alla depressione: chi mostrava segni conclamati di tale patologia psicologica, aveva ancora una volta ottimi risultati nei test intellettivi legati alla lingua.

Per i ricercatori, esiste dunque una visione positiva delle ansie tipiche di chi pensa troppo, ed è quella che passa proprio dalla loro intelligenza, che li porterebbe a una maggiore abilità di analisi rispetto agli altri, come spiega alla rivista scientifica Personality and Individual Differences uno di loro: “È possibile che gli individui con una maggiore intelligenza linguistico-verbale siano più abili nell’analizzare gli eventi presenti e futuri nel dettaglio e che proprio questa loro caratteristica li esponga a rimuginìo e ruminazione”. In più, commentano ancora gli studiosi, dietro a questi comportamenti vi sarebbe anche una motivazione ancestrale: è proprio questo tipo di approccio ad aver permesso in un certo senso ai nostri avi di sopravvivere, anticipando i pericoli grazie alla sensazione di apprensione e preoccupazione. La tendenza all’ansia e a sovraesporsi ai pensieri negativi e ripetitivi va però controllata: nel lungo periodo, spiegano ancora i ricercatori, tali comportamenti possono portare a un abbassamento delle difese immunitarie esponendo maggiormente chi ne soffre alle malattie.

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